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il buco del culo della zebra

Ho cinquant’anni suonati e vado per i cinquantuno. Ho avuto a disposizione cinquant’anni per rendermi conto di quanto ho tribolato nella vita.
Il mio dubbio è sempre stato quello che non bastasse l’intelligenza, la creatività e l’umiltà per essere capiti …per essere capiti dal mondo. Quest’esistenza non procede per leggi logiche, non ci sono algoritmi universali, la vita annaspa in un’entropia dipinta a macchie che, come il culo di una zebra, lascia cadere a terra pesanti prodotti, frutto della fatica che ancora sento nei miei muscoli.
Da bambina ho dovuto smettere di abbracciare. Si, di abbracciare. Ne ho fatto a meno da quando un abbraccio mi costò l’innocenza…e poi innocenza di cosa? Comunque, non sono qui per raccontare le mie disgrazie, ma soltanto per spiegare cosa significhi per me afferrare la possibilità, salire sul treno tondo che avvolge il mondo.
Nella TV della mia infanzia passavano immagini ripetute di documentari, amavo gli animali. C’era sempre una signorina che, con telecamera alla mano, si infilava nei pertugi più reconditi per filmare pipistrelli, falene notturne e lombrichi dall’aspetto lunare. Volevo essere come lei, una che si infila nei buchi.

Destino ha voluto che l’unico buco in cui sono riuscita ad infilarmi è stato quello del culo della zebra.
A 8 anni volevo fare la documentarista, a 15 l’entomologa, a 19 scelsi la facoltà di veterinaria. Poi mi capitò un’occasione unica, quella di partire per l’Africa, per lavorare in un centro di recupero per animali feriti dai bracconieri e fu lì che cominciai ad aiutare le zebre a partorire. Pochi minuti dopo che il cordone ombelicale veniva reciso, le piccole zebre, già si mettevano in piedi. Figlie di madri scampate alla morte e loro nuovamente destinate a mettersi in gioco.
Se il mare fosse stato a due passi, quante volte mi sarei imbarcata su una nave per andarmene chissà dove, per ricominciare da capo, per aiutare altri animali a nascere. Nel frattempo rimanevo lì, nuda, con la mia passione.

Architettavo piani per espiare il peccato di non avere più abbracciato nessuno e un giorno provai ad avvinghiarmi ad un albero, senza considerare che era abitato dalle termiti. Ne venni ricoperta in men che non si dica… e le termiti africane non te la mandano certo a dire.
Fui tempestata di piccoli morsi, ognuno dei quali disegnava rivoli di sangue identici sul mio corpo e la mia fame di abbracci si placò. Provai un dolore immenso quando le ferite si rimarginarono e la mia bramosia di abbracci si ripresentò. Divenni arida come il terreno che calpestavo, la gente del villaggio mi chiamava arudammam, che voleva dire stronza, in pratica.

Ciò che è più squallido, fu la paura che mi portò a informarmi sul significato di quella parola soltanto quando fui tornata in Europa. Era come se tutta l’Africa, in un coro tribale, mi gridasse: stronza!
Ho dato alla luce molte zebre, mentre io sono morta da tempo.






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